Sebbene le prime mitragliatrici fossero già apparse nella seconda metà dell'Ottocento, fu soltanto nei primi anni del Novecento che esse divennero parte integrante dell’apparato bellico degli eserciti europei. Quando scoppiò la Prima Guerra Mondiale, la mitragliatrice non era più una curiosità tecnologica: era diventata il simbolo stesso della capacità della modernità di trasformare il progresso in distruzione di massa.
E mentre l’Art Nouveau ed il Liberty celebravano la bellezza e la gioia di vivere con la loro grazia di linee sinuose e motivi floreali e la raffinatezza estetica borghese dell'epoca faceva sognare un progresso elegante e pacifico (sembra il recente “giardino fiorito occidentale”), la rivoluzione industriale, in sordina, predisponeva il potenziale bellico che, di lì a poco, avrebbe distrutto quella stessa società con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, ponendo bruscamente fine all'era dell’Art Nouveau e del Liberty nelle trincee fangose e nei fili spinati del Fronte Occidentale, a Verdun come a Passchendaele, sul Somme come sull’Isonzo.
Fu la mitragliatrice!
La stessa società che disegnava fiori, arabeschi e linee sinuose stava costruendo, quasi inconsapevolmente, le macchine che avrebbero devastato l'Europa pochi anni più tardi.
Per capire meglio il periodo storico-culturale dei primi anni 10 del ‘900 proviamo a fare un passo indietro. Le avanguardie, in particolare il Futurismo in Italia e l'Espressionismo in Germania, proiettano sulla guerra il mito romantico dell'eroe, del sacrificio e della distruzione creatrice, vedendola come l'unico mezzo per risvegliare l'umanità dal torpore e rifondare la società.
Qualche anno più tardi, in piena Prima Grande Guerra, nelle trincee fangose, tra filo spinato, gas nervino e assalti insensati per conquistare pochi metri di terra, le mitragliatrici crearono una frattura nell’anima di questi ragazzi. La mitragliatrice non distrusse soltanto i corpi.
Distrusse un'intera visione del mondo. Per la prima volta nella storia europea l'eroismo individuale si rivelò impotente di fronte alla macchina industriale. Il coraggio, il sacrificio e la gloria romantica non avevano più alcun significato contro una raffica sparata da centinaia di metri di distanza.
Anche gli artisti appartenevano a quella generazione ferita.
Per molti artisti il problema non era più trovare un nuovo stile, ma trovare un nuovo linguaggio che avesse la capacità di esprimere una realtà che sembrava essersi spezzata. L'astrazione, il collage, il fotomontaggio, il ready-made, la fotografia sperimentale e le nuove avanguardie non furono semplicemente innovazioni estetiche, furono il tentativo di dare forma a un'esperienza storica che appariva ormai irrappresentabile attraverso i codici tradizionali. Dadaismo, Costruttivismo, Astrattismo, Nuova Oggettività, Surrealismo e fotografia sperimentale nacquero dunque non soltanto come movimenti artistici, ma come sintomi culturali di una civiltà ferita che cercava nuovi strumenti per comprendere sé stessa.
Paradossalmente possiamo affermare che la mitragliatrice non cambiò soltanto il modo di combattere; cambiò anche il modo di vedere il mondo. E quando cambia il modo di vedere il mondo, cambia inevitabilmente anche l'arte.
Oggi viviamo in un'epoca che, per certi aspetti, ricorda inquietantemente quella di un secolo fa. Le nostre mitragliatrici si chiamano algoritmi, droni autonomi, intelligenze artificiali. Assistiamo ad una nuova guerra combattuta in Europa e e osserviamo quotidianamente stragi perpetrate impunemente nello schermo dei nostri smartphone.
Eppure gran parte dell'arte contemporanea continua a rifugiarsi nel mercato, nell'intrattenimento o nella ripetizione seriale di formule già note e ormai stantie.
La domanda che pongo ai giovani (artisti, fotografi, galleristi o curatori) è semplice: volete essere spettatori o interpreti del vostro tempo?
Le avanguardie non nacquero perché qualcuno voleva essere originale!
Nacquero perché il mondo era cambiato e gli artisti sentirono il bisogno di inventare un linguaggio capace di raccontarlo!
Se il mondo sta cambiando ancora, non è forse arrivato il momento di osare di nuovo?
Alessandro Idini






Nessun commento:
Posta un commento
Grazie per il tuo commento! Il testo è in attesa di moderazione e verrà esaminato e pubblicato a breve.